La condizione solitaria del fotografo paesaggista

Aggiornato il: 21 nov 2020

Sebbene sia un amante della (poca) buona compagnia, specie quando devo stare più giorni fuori a scattare, posso affermare senza dubbio e dopo qualche anno sul campo che nel momento dello scatto si resta soli con sè stessi. Questa "condizione" è tipica del paesaggista che, come me, ama estraniarsi dalla realtà, calarsi nelle emozioni del momento e trasferirle nei propri scatti. Possiamo confrontarci con gli altri, parlare prima e dopo lo scatto, ma in quell'effimero frangente di tempo, quello che probabilmente più conta, restiamo soli.


E' proprio qui che viene fuori a mio avviso la firma autoriale, fatta di scelte in primis ma ancor di più di "non-scelte", ovvero della nostra capacità di selezionare spesso in breve tempo cosa inserire nella scena a discapito di cosa abbiamo evitato di scattare. Cosa ci ha spinto a dare alcune priorità? Perché abbiamo deciso di inquadrare una porzione di panorama o di scena che sia questa una prospettiva, un soggetto, un dettaglio, una particolare condizione di luce, una scelta tecnica, come l'utilizzo di una lente piuttosto che un'altra e via dicendo.


battendo nuovi sentieri tra le faggete del PNFC, Inverno 2020 (foto di Alessio Morandi)


Difficile dare una risposta a questi quesiti se non tramite una scelta profonda personale, spesso dettata e derivata da altro: esperienze, formazione, vena artistica, stato d'animo, background culturale extra fotografico, ecc

Arthur Schopenhauer affermava che:


"Nella solitudine [...] il grande spirito sente tutta la sua grandezza, ciascuno sente di essere ciò che è. [...]"


La condizione solitaria per un paesaggista è per me pertanto un aspetto positivo, è un catalizzatore delle nostre emozioni, da utilizzare per mostrare ciò che si è, un bacino importante da dove attingere. Estraniarsi da tutto e da tutti anche se per un solo momento ci trasporta in un'altra dimensione, ne siamo consapevolmente rapiti, perdendo spesso il contatatto con il tempo e la realtà che ci circonda.


Caspar David Friedrich, il viandante sul mare di nebbia (1818)


Chi guardando anche solo per un istante il solitario "viandante sul mare di nuvole" di Friedrich non si è mai chiesto almeno una volta cosa stesse pensando, quali emozioni stesse provando il nostro viaggiatore difronte alla visione romantica e potente allo stesso tempo della Natura che stava ammirando? Forse è proprio in questo la chiave.


La solitudine, come paesaggisti, ci permette di connettere noi stessi con la Natura, in un dialogo intimo con quest'ultima ci mettiamo a nudo e ci lasciamo trasportare in un'altra dimensione. Ci affacciamo per un attimo dal precipizio guardando l'abisso, ovunque esso sia e qualsiasi cosa esso rappresenti.

Quando riemergiamo da questo stato d'animo ne usciamo cambiati, anche se in piccola parte.


Dobbiamo necessariamente essere soli per comunicare veramente con le nostre fotografie, ma soprattutto per crescere non solo come fotografi o autori.



ritraendo un'alba al cospetto del gruppo delle Cinque Torri, Dolomiti

Inverno 2017 (foto di Martino Dini)


Vi è poi comunque un momento di unione e condivisione dopo questa fase, fatto di dialogo con altri autori, fotografi, amici, che magari erano a pochi passi da noi, ma che in qualche modo hanno usato altri valori per immortalare una scena, altre scelte, ognuna derivata dalla propria esperienza, seppur breve, nella solitudine. E' altrettanto importante il confronto, parte fondamentale della crescita di ognuno di noi, ma passando inderogabilmente dall'esperienza solitaria sul campo.


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